Sui finti ricchi
No commentsUn amico mi ha segnalato un post di Nino Davoli intitolato Grandi sistemi dove si citano i cosiddetti “finti ricchi”, ovvero la piccola borghesia, categoria sociale frustrata perché vittima della sindrome da “vorrei ma non posso”. Io credo che Davoli sia troppo ottimista nel considerare gli altri strati sociali immuni da tale malessere. E’ sufficiente vedere come è ormai prassi comune comprare ogni tipo di bene a rate. La ricchezza è diminuita ma non vi è modo di smettere di comprare ogni tipo di genere voluttuario, siamo continuamente stimolati all’acquisto.
Anni fa lessi Il Vizio Oscuro dell’Occidente (Marsilio) di Massimo Fini e a questo proposito mi è venuto in mente un passaggio che descrive bene la situazione dell’uomo moderno:
Perché in questo modello di sviluppo [occidentale], basato sull’ossessiva proiezione nel futuro, invece che sulla ricerca dell’armonia in ciò che già c’è, l’uomo non può mai raggiungere un punto di equilibrio e di pace, ma colto un obbiettivo o costretto dall’inesorabile dinamismo del sistema–inesorabile ed ineludibile perché su esso si fonda–ad inseguirne un altro, fatto un gradino a salirne un altro e poi ancora, in una affannosa corsa priva di senso che a termine solo con la morte dell’individuo.
Chi vi dice, magari con rassegnazione, che l’uomo desidera sempre quello che non possiede sta parafrasando, senza magari nemmeno saperlo, Ludwig von Mises il quale scrive ne La Mentalità Anticapitalistica (Armando):
Qualsiasi cosa possa un uomo aver guadagnato, ciò rappresenta una mera frazione di quello che la sua ambizione lo spingeva a conquistare. Davanti ai suoi occhi c’è sempre gente che ha avuto successo laddove egli ha fallito. Vi sono persone che lo hanno superato e contro le quali nutre, nel suo subconscio, complessi di inferiorità. Tale è l’atteggiamento verso l’uomo con un lavoro regolare, dell’operaio verso il capoofficina, del dirigente verso il vice presidente, dell’uomo che vale trecentomila dollari verso il milionario, e così via.
Fini descrive Ludwig von Mises come uno dei più estremi e lucidi teorici dell’industrial-capitalismo e questo non è difficile da credere: vi basti notare come quest’ultimo monetizzi, annullando ogni sfumatura e ragion d’essere, i rapporti tra le persone. Mises nel passaggio citato ribadisce l’alibi grazie al quale l’intera baracca consumistica resta in piedi: non ci basta quello che abbiamo ora, vogliamo di più. Ma questo è appunto un alibi, una scusa.
Essere consapevoli del modello imperante aiuta anche difenderci da esso. Proprio come nel momento in cui viene svelato un trucco di magia questo automaticamente perde il suo fascino, così con l’esperienza si imparano a riconoscere gli strumenti raffinati con i quali gli educatori, i pubblicitari e le teste d’uovo delle varie multinazionali di cui parlava Davoli cercano di farci piacere qualcosa che normalmente ci lascerebbe indifferenti.
Un esempio piuttosto significativo di tali strumenti è la natura dei messaggi lanciati dalle pubblicità, soprattutto di automobili: quello più recente è dell’Alfa 147 dove Stay Alive è il motto, forse a significare che senza la 147 si è condannati ad essere simili a degli zombi, e vivere una esistenza grigia tra la vita e la morte. Secondo lo spot con la nuova 147 persino il lentissimo bradipo può vincere la sua stessa natura ed essere velocissimo. E tutto questo dispiego di forze e simbologie per vendere una automobile.
Concludo con una strofa di Decadenza, un pezzo dei Bluvertigo che suggerisce un efficace antidoto al dannoso “pensiero unico”: “Siamo ancora in una grande era / siamo liberi di ragionare / di non farci condizionare / di trascendere, di estremizzare”.
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